| "La dolce vita" compie 50 anni |
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Toto Torri “Più che bella, era fosforescente. Giravo di notte, c’erano i riflettori e lei faceva più luce di un riflettore”. Così raccontava Federico Fellini di Anita Ekberg, magia, seduzione ed eros de “La dolce vita”. Era l’aprile del 1959 e a Roma, primo ciak alla Fontana di Trevi. Si girava la celebre scena clou della storia. La gente romana curiosa e appassionata di cinema, accorreva numerosa la sera e si entusiasmava, applaudiva al guado fascinoso della sognante scandinava. Marcello Mastroianni era lì, stregato, incantato da tanta bellezza e sussurrava: “tu sei tutto. Lo sai che sei tutto? You are everything. Tu sei la prima donna del primo giorno della creazione, sei la madre, la sorella, l’amante, l’anima, l’angelo, il diavolo, la terra, la casa…”. Questo ed altro ancora, nell’atmosfera del film che già profetizzava la crisi che viviamo. Un seguito de “I vitelloni”, di “Moraldo va in città”, un film che non vide mai luce, tema che venne riproposto ed attualizzato per “La dolce vita”. Mastroianni protagonista, è il giovanotto di provincia, benestante, che va in città a fare le sue prime esperienze di vita. Diventa un noto giornalista di costume, in una Roma vitaiola, “naittarola”, del cinema, di una fatiscente nobiltà, svaghi e noia. Un giornalismo spicciolo, che ciondola fra futile mondanità, cinica, in un ambiente falso ed ipocrita. Fellini gira in una Via Veneto preda di sceicchi, texani dal dollaro pesante, parvenù, ricchi, finti ricchi e pochi signori, con lo scandalo dell’innocente streep-tease al Rugantino della ballerina Aichè Nana, spinta perché drogata ed ubriaca. Non capiva, parlava turco e francese e quello scandalo, suo malgrado, se lo portò sulle spalle come una maledizione per tutta la vita. Era venuta in Italia per fare l’attrice, una brava signora chiamata da Vittorio De Sica. Lei, non era spogliarellista dichiarò. Fu una disgrazia per lei, venne pesantemente penalizzata. Finì sulle pagine di tutti i quotidiani, sconvolgendo l’Italia conservatrice di quei tempi. Arrivi e partenze al Grand Hotel Excelsior, all’Ambasciatori, lo Strega, Doney, i cafonal della provincia ricca spinti a Roma dall’ego de “La dolce vita”, il cinema internazionale, Cinecittà dove si giravano i grandi colossi storici americani, la musica d’oltre oceano, le prime sniffate, i Negroni, i Martini all’Harry’s Bar era moda, consuetudine. Ed ancora le prime apparizioni delle grandi vedette americane, le storiche liti e schiaffi, Litz Taylor e Richard Burton, Ava Gardner e Walter Chiari, Gregory Peck, il sogno di marylin, Brigitte Bardot, Cerdan, Montand, i flash dei paparazzi che inventò Ennio Flaiano, grande scrittore e giornalista, sceneggiatore con Tullio Pinelli de “La dolce vita” e di tanti altri film. Era la Roma da sballo, dei night, il Pipistrello, il Cab 84, la Rupe Tarpa, in una esplosione sgangherata di incontri, appuntamenti, futilità, superficialità, febbre dell’apparire, una vita intensa ed insignificante, impregnata di fumo, convulsa e pubblicizzata in una Italietta dei furbetti. Questa la Roma della dolce vita, ritratto di un vivere apparentemente dorato, emancipazione spicciola e trash, apparire ossessivo, questo e tanto altro, che il maestro riminese racconta anticipando di mezzo secolo la spettacolarizzazione del niente, i finti scoop, l’oscuro lato del boom, elementi di un degrado sociale e morale, l’jndividualismo che disprezza egoisticamente le regole collettive, il paradosso dell’eccedenza, l’epoca in fondo nella quale purtroppo viviamo. Del resto Federico vedeva lontano, veggente, sognava, desiderava fortemente sognare, dormiva quasi ad occhi aperti, con la sua esagerata fantasia s’immergeva in altre vite. Era anche esoterico, ma scaramantico, credeva nella numerologia. Non è un caso che suo grande amico e confidente fu il più illustre sensitivo del secolo, quel grande Gustavo Rol, con il quale il maestro teneva lunghe conversazioni telefoniche con interrogativi e spesso molte risposte. La sua “Dolce vita”, all’anteprima di Milano, fu fischiata, beffeggiata, critici assoldati lo massacrarono, il perbenismo assurdo di un’Italia bacchettona e borghese, su spinta della Curia Romana che gridò allo scandalo, tentando di condizionare il pubblico pagante, addirittura facendo appello alla censura per effettuare eventuali e grossi tagli. Tanto clamore fu invece il propellente. La curiosità fu tanta e, il giorno successivo, ai botteghini c’era la coda. Era il 6 febbraio 1960 e fu un grande successo. Appena tre mesi dopo a Cannes, al Festival Internazionale, dove il film fu invitato in competizione, alla prima nella grande sala del Palais, “La dolce vita” ricevette consensi e applausi a scena aperta e grande positiva partecipazione da parte della critica internazionale, tanto che la giuria decretò all’unanimità il massimo riconoscimento, il Palmares, che precederà la nomination americana all’Oscar. Fellini è stato un cantore eccelso con i suoi 24 capolavori. 5 Oscar, un Palmares, la Legion d’Onore, David di Donatello, Nastri d’Argento, nomination, Leone d’Argento a Venezia, ha contribuito in maniera determinante a rendere il nostro Paese famoso e rispettato nel mondo. Tanto che il regista romagnolo, una delle grandi invenzioni della natura, nelle classifiche mondiali di fine secolo, è stato riconosciuto la maggior personalità artistica italiana (e non solo) del Novecento. Anni dopo, Fellini nel 1974 con “Amarcord” ci ha regalato nuove speranze e un nuovo oscar.
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