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La Cina, il più grande produttore mondiale, rischia una pesante paralisi PDF Stampa E-mail

di Toto Torri

La preoccupante crisi che attanaglia l’intero globo, colpendo anche i Paesi più industrialmente avanzati, si è spostata nel corso degli ultimi sei mesi anche in Cina. Ed adesso, dopo anni di boom di crescita vertiginosa, anche questo immenso e popoloso paese, massimo produttore mondiale, che ha esportato di tutto a prezzi competitivi a tutto il pianeta, rischia una pesante paralisi.

“Perché la Cina è un altro mondo e i suoi bisogni di sviluppo non possono essere capiti da chi vive in Occidente – scrive Federico Rampini, giornalista economico corrispondente da Pechino per Repubblica, forse il massimo esperto di politica orientale – Dietro il miracolo economico di questo paese – continua Rampini – c’era la necessità di reggere l’urto del più vasto esodo rurale, mai verificatosi negli annali dell’umanità. Ogni anno in media 15 milioni di contadini hanno abbandonato le campagne, fuggendo da un’agricoltura troppo povera per mantenerli e sono andati a cercare lavoro nelle fabbriche”. A tutto questo poi, c’è da aggiungere ogni anno più di sei milioni di giovani cinesi con una laurea o un diploma. In pratica se lo sviluppo scende sotto l’8% annuo, stima della banca centrale di Pechino, non si creano i venti milioni di posti di lavoro per supplire alle necessità, e così vengono a mancare la pace e l’ordine sociale. Questi ultimi sei mesi di calo vistoso della produzione industriale, in pratica ha determinato la paralisi e quindi una brutta recessione.
È chiaro che se in Cina l’8% di crescita (ma decrescita per il loro paese) determina allarmante crisi, sono percentuali invece che verrebbero invidiate da qualsiasi altro paese al mondo. La recessione è arrivata in Cina proprio perché dall’Occidente non arriva più la domanda, l’export e il manifatturiero in seria crisi, i contadini dovranno tornare verso la terra abbandonata, le grandi aziende licenziano in massa, le piccole chiudono.
Ogni iniziativa è ferma al palo, le navi container lasciano i porti di Shanghai e Hong Kong semivuote, la recessione pesante americana e della stessa Europa ha stoppato così il mercato e ogni genere di esportazione. Se l’Occidente piange, forzatamente non può più assorbire l’enorme prodotto made in China.
Per supplire a questa tragica crisi e rialzare in qualche modo le casse cinesi, è necessario che il consumatore interno spenda di più. Ma aumentare il peso dei consumi interni privati è un’impresa pressoché impossibile. È nota, infatti, la parsimonia, l’eccessiva economicità dei cittadini cinesi, spendono poco, campano con poco, tutto poco, mangiano poco e tra l’altro dal loro magro guadagno, che non è poi da invidiare, riescono a sottrarre e mettere da parte anche il 35 e il 40% ogni mese. Anche perché non hanno sanità, pensione, istruzioni pubbliche scarsissime, assicurazioni carissime e pochi aiuti sociali, il che significa grande insicurezza in tutte le famiglie.
Per tale linea di pensiero e crescita, tra l’altro, in Occidente sono stati necessari decine di anni, mentre per i cinesi tanta evoluzione dovrebbe avvenire in tempi corti, anzi cortissimi. Gli economisti cinesi, e non, dichiarano che se tutto ciò avverrà nei tempi necessari potrebbe scaturire un vero e proprio collasso.
E se la Cina si ferma, continuano, potrebbe significare il crollo, in pratica una vera recessione globale.

Toto Torri

 

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